Il 2020 passerà sicuramente alla storia per l’impatto della pandemia da Covid-19. I Governi sono da mesi impegnati nella lotta al virus e alle ricadute sociali ed economiche che ne derivano, ma nel frattempo un’altra crisi si sta diffondendo sul Pianeta, quella degli incendi. Il 2019 era stato dichiarato anno record per gli incendi forestali, tuttavia ad aprile 2020 gli incendi sono aumentati del 13% rispetto allo scorso anno. Per avere un’idea dell’estensione del problema si consideri che lo scorso aprile nell’area di Chernobyl è scoppiato il più grande incendio mai registrato e che l’Ucraina riporta un aumento complessivo del 30%; in Bolivia la deforestazione ha causato un incremento del 35% degli incendi nel primo quadrimestre 2020; in Brasile 307 mila ettari di foresta sono stati distrutti nei primi sei mesi dell’anno e a luglio sono stati individuati 6.803 princìpi di incendio, il 28% in più rispetto al 2019; nel nord della Thailandia il 20% delle foreste dell’area sono bruciate in aprile; in Australia tra il 2019 e il 2020 sono divampati gli incendi più grandi della storia del Paese, distruggendo il 20% delle foreste temperate presenti sull’isola per una superficie totale grande quasi quanto l’Inghilterra.

Le temperature sempre più alte e secche, causate dal cambiamento climatico, e gli interventi antropici, come il cambiamento d’uso dei suoli legato all’agricoltura e la malagestione delle aree verdi, sono, secondo il report “Fires, Forests and the Future: a crisis raging out of control” pubblicato da WWF e BCG, le principali determinanti di tale aumento. L’uomo è responsabile di circa il 75% degli incendi boschivi e di molti incendi che nel 2020 hanno devastato ettari di foreste, dall’Amazzonia all’Artico, producendo milioni di tonnellate di anidrite carbonica, distruggendo gli ecosistemi, minacciando intere proprietà e nuocendo alla salute di milioni di persone. L’impatto ambientale antropico dal punto di vista degli incendi differisce per area geografica. Nell’emisfero nord la prima causa di incendi, spesso dolosi, è la negligenza: la mancata attenzione e cura del territorio determina infatti il 95% degli incendi boschivi in Europa e l’84% negli Stati Uniti. Le aree maggiormente a rischio sono le cosiddette Wildland Urban Interfaces (WUI), ovvero dove la popolazione vive all’interno o nei pressi di una foresta. In particolare, si tratta di quegli spazi in cui sono presenti almeno due abitazioni ogni 0,16 chilometri quadrati e la vegetazione spontanea copre oltre il 50% della zona (intermix WUI), o un’ampia area (a partire dai 5 km2) ricoperta per il 75% dalla vegetazione (interface WUI). Gli incendi nelle aree forestali più remote sono invece causati da fenomeni naturali come i fulmini; si pensi che nel territorio della Columbia Britannica (Canada) “solo” il 40% degli incendi è imputabile all’uomo. Nelle regioni tropicali e subtropicali, invece, gli incendi sono per lo più intenzionali, legati al cambiamento d’uso della terra, quindi all’espansione delle aree agricole secondo il principio taglia e brucia, estremamente diffuso in Asia sudorientale e in Africa. Gli incendi volti alla pulizia del terreno per finalità agricole, come quelli appiccati in Indonesia nelle piantagioni di palma destinata alla produzione di olio o in Brasile negli allevamenti di bestiame, sono infatti frequenti e, pur nascendo come fuochi controllati, spesso sfuggono al controllo dei proprietari terrieri, distruggendo ettari di vegetazione. Altre volte, gli incendi acquistano un significato politico, come avviene nella lotta tra governo, trafficanti e popolazioni indigene nella foresta Amazonica.

L’impegno dei sapiens nella tutela degli ambienti che abitano da 200.000 anni non è certamente sufficiente. A livello globale la stagione degli incendi si è prolungata del 19% dal 1979 al 2013, apportando danni maggiori agli ecosistemi nonostante le superfici arse siano meno ampie rispetto al secolo scorso. Dal 2000 al 2016 circa 3,4 milioni di km2 della superfice terrestre sono stati distrutti dal fuoco annualmente e, secondo gli scienziati, gli effetti del cambiamento climatico potrebbero aumentare l’estensione di tale area fino ai livelli degli anni ’50 se non si interviene adeguatamente in termini di gestione sostenibile della terra e delle foreste.