Il 12 dicembre 2015 la 21° Conferenza delle Parti firmatarie della Convenzione sui Cambiamenti Climatici (COP21) ha adottato l’Accordo di Parigi. Si è giunti alla sua firma dopo anni di sforzi e fallimenti da parte della comunità internazionale. Il testo adottato a Parigi da tutti i 195 Paesi partecipanti alla COP21 lo rende il primo trattato universale sul cambiamento climatico legalmente vincolante.

L’Accordo è stato accolto con grande giubilo dalla comunità internazionale ma nei 5 anni che sono trascorsi dalla sua firma cosa è stato raggiunto e dove si deve ancora lavorare? Quali sono i paesi che si stanno impegnando di più e quali meno?

Ecco cinque cose che l’Accordo di Parigi ha raggiunto – e cinque cose su cui si deve ancora attivamente lavorare.

  1. La resilienza politica. Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo è stato un duro colpo ma la mossa non ha portato, come alcuni temevano, a un esodo in massa dal patto.
  2. Obiettivo stabilizzato a 1,5° C. Nel 2018 il Gruppo Intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) ha rafforzato l’importanza di fissare il grado massimo di innalzamento della temperatura a 1,5° poiché anche una variazione di mezzo grado può fare la differenza per milioni di vite e per alcuni sistemi economici.
  3. Obiettivo Emissioni Zero. È diventata la parola d’ordine del 2020, con Cina, Giappone e Corea del Sud che si uniscono all’Unione Europea e al Regno Unito nella definizione degli obiettivi di neutralità dal carbone entro il 2050.
  4. Passaggio all’energia pulita. Il panorama dei finanziamenti si è decisamente spostato a favore dell’energia pulita. L’accordo ha inviato il segnale che il miglioramento della tecnologia green era un investimento utile e sicuro, mentre i combustibili fossili erano sempre più rischiosi. Le istituzioni finanziarie asiatiche stanno iniziando a seguire le loro controparti europee nell’inserimento del carbone nella lista nera dei materiali più inquinanti, una posizione recentemente approvata anche dal ministero dell’ambiente cinese.
  5. Cambiamento istituzionale. L’accordo di Parigi non ha un meccanismo di applicazione centrale. Ciò non significa che non sia applicabile. Istituzioni più o meno grandi stanno incorporando gli obiettivi e i principi dell’accordo nelle loro politiche, creando nuove strade per il monitoraggio degli impegni presi. L’Unione Europea, ad esempio, ha reso il rispetto dell’accordo Parigi una condizione fondamentale per ogni accordo di libero scambio firmato dal 2015 in avanti – e il regresso del Brasile sulla deforestazione è un potenziale ostacolo alla ratifica dell’accordo con il blocco del Mercosur.

Ogni senso di ottimismo sui progressi guidati dall’accordo di Parigi deve essere mitigato dalla dura realtà di quanto lontano c’è ancora da spingersi. Tra i 5 parametri che devono ancora migliorare ci sono:

  1. Emissioni di gas serra. Le emissioni globali di gas serra hanno continuato a crescere, con un miliardo di tonnellate di CO2 aggiunte ai dati annuali tra il 2015 e il 2018.
  2. Temperature in aumento. La parola “senza precedenti” continua a comparire nella copertura meteorologica. Incendi nell’Artico. Cicloni che colpiscono parti dell’Africa non preparate. Siccità e inondazioni creano danni ingenti agli agricoltori di tutto il mondo.
  3. Aumento della produzione di combustibili fossili. Se si vuole raggiungeregli obiettivi di Parigi, la stragrande maggioranza degli idrocarburi deve rimanere nel sottosuolo ma sappiamo quanto questa sia una richiesta impossibile da soddisfare al momento soprattutto per quei paesi, il cui lo sviluppo economico è ancora troppo dipendente da essi.
  4. Le categorie più vulnerabili continuano a soffrire. L’accordo di Parigi non riguarda solo la riduzione delle emissioni. Copre l’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici e riconosce che alcune persone subiranno perdite e danni che non possono essere mitigati se non con aiuti esterni. I flussi di finanziamento per il clima dai paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo sono aumentati. La maggior parte, però, viene erogata sotto forma di prestiti e non sovvenzioni, andando così ad appesantire il già enorme debito dei paesi in via di sviluppo.
  5. Il trasporto internazionale deve cambiare. Le prime bozze dell’Accordo di Parigi chiedevano esplicitamente agli organi delle Nazioni Unite responsabili dell’aviazione e del trasporto marittimo internazionale di fissare obiettivi settoriali di riduzione delle emissioni e politiche per realizzarli. L’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (ICAO) e l’Organizzazione marittima internazionale (IMO) hanno continuato a negoziare accordi sul clima, ma nessuno dei due si è mai allineato e l’impronta di carbonio dei due settori, attualmente intorno al 5-6% delle emissioni globali, è destinata a crescere e risalterà sempre più in assenza di un’azione più decisa.

Se le emissioni continuassero al ritmo attuale, si prevede che supererebbero 1,5 gradi tra il 2030 e il 2052, e raggiungerebbero i 3 gradi entro la fine di questo secolo. I governi devono impegnarsi in obiettivi di riduzione delle emissioni molto più ambiziosi per limitare l’aumento della temperatura media globale o dovranno assumersi le loro responsabilità per la perdita di vite umane e altre violazioni dei diritti umani e abusi su una scala senza precedenti, stando agli ultimi studi fatti da Amnesty International e pubblicati lo scorso novembre.

Il consorzio International Climate Action Tracker (CAT), che monitora gli sforzi per combattere il cambiamento climatico di 31 Stati più l’Unione Europea come un unico blocco, ha appurato che solamente due nazioni, Marocco e Gambia, si mantengono all’interno dei parametri sottoscritti nell’Accordo di Parigi (aumento della temperatura non oltre 1,5°C). Nessuna nazione analizzata si erge a modello nella lotta al cambiamento climatico. Gli Stati Uniti sono stati inseriti, insieme alla Federazione Russa, nel gruppo dei criticamente insufficienti (+4°C) mentre l’Unione Europea, insieme a Brasile, Australia e Nuova Zelanda, nel gruppo degli insufficienti (+3°C).

L’Accordo di Parigi è tuttora considerato un accordo storico ma anche un punto di partenza per il perseguimento di sforzi comuni sia nella lotta al cambiamento climatico sia nel perseguimento di nuovi modelli di sviluppo più equo ma la strada da fare a cinque anni dalla sua firma è ancora lunga e tortuosa.