L’anno nuovo si apre con un colpo di scena nelle relazioni internazionali e, come spesso accade, i riflettori sono puntati sul Medio Oriente. Su ordine del presidente Donald Trump, il 3 gennaio 2020, un raid missilistico ha ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani, capo della forza Quds del Corpo dei guardiani della Rivoluzione Islamica.

L’attentato è avvenuto durante la notte, mentre il generale si stava dirigendo verso l’aeroporto di Baghdad scortato da un convoglio di auto nel quale era presente anche il capo delle milizie sciite irachene Abu Mahdi al-Muhandis, anch’esso deceduto. Di fronte allo sgomento internazionale, Trump e i suoi collaboratori si sono difesi sostenendo che Il generale Qassem Soleimani stesse progettando un imminente attacco a quattro ambasciate americane. A smentire questa ipotesi però, ci ha pensato qualche giorno dopo lo stesso Segretario alla difesa Mark Esper durante un’intervista alla CBS, dichiarando: «Io non ho visto nessuna prova».

Non si è fatta attendere la reazione iraniana, arrivata nella notte tra il 7 e l’8 gennaio sotto il nome di “operazione Soleimani martire. I primi missili balistici hanno colpito all’una e venti ora locale due importanti basi militari statunitensi: quella di al-Asad, ad ovest di Baghdad e quella di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Durante l’attacco nessun militare è rimasto ucciso, sebbene pare che 11 soldati abbiano subito una commozione cerebrale.

Il giorno successivo, il ministro degli affari esteri, Mohammad Javad Zarif, ha definito la risposta iraniana proporzionata, dichiarando: «Ci difenderemo contro ogni aggressione, ma non vogliamo una guerra». Ben più dure sono state invece le parole dell’Ayatollah Ali Khamenei che ha sottolineato come gli attacchi missilistici siano stati “uno schiaffo in faccia” agli Stati Uniti.

Era dalla rivoluzione khomeinista e dal rapimento dei 52 ostaggi americani del 1979 che non si arrivava ad una crisi così importante tra l’Iran e gli Stati Uniti. Ma la domanda che molti analisti si sono posti dal 3 gennaio ad oggi è: perché Trump ha fatto uccidere Soleimani?

Secondo i più quotati esperti di geopolitica le motivazioni più convincenti sono riconducibili sia a questioni di rilevanza nazionale che internazionale. Per quanto riguarda la politica interna, sicuramente a guidare Trump può essere stata, da una parte, la volontà di acquisire un vantaggio elettorale in vista delle elezioni presidenziali del prossimo 3 novembre e dall’altra la volontà di distogliere l’attenzione dal processo d’impeachment che lo sta ponendo da qualche mese al centro del dibattito pubblico. Dal punto vista internazionale invece, è possibile che Trump abbia agito al fine di saldare i conti con un nemico storico seguendo la strategia della massima pressione, fortemente sostenuta anche dal Segretario di Stato Mike Pompeo, così da ridimensionare il peso politico dell’Iran nella regione. Qualunque sia l’effettiva motivazione del raid appare chiaro che si sia trattato di un’azione sproporzionata i cui vantaggi sono ancora tutti da dimostrare.