Le elezioni europee tenutesi nel mese di maggio hanno registrato l’affluenza più elevata degli ultimi 20 anni, con la partecipazione di oltre il 50% degli aventi diritto, segnando un punto di partenza non indifferente da cui poter ricominciare a lavorare. Se infatti molti si aspettavano la vittoria dell’ondata sovranista e nazionalista, la realtà ha dato un risultato completamente diverso e, per alcuni, inaspettato: se popolari e socialisti hanno mantenuto un buon numeri di voti e la compagine di estrema destra ha ottenuto un numero residuo di seggi, la vera vittoria è stata quella dei Verdi, risultati tra i primi partiti in diversi Paesi.

In particolare in Germania, Finlandia e Irlanda questo partito è riuscito a conquistare il secondo posto, superando anche partiti storici, come ad esempio i Socialdemocratici (SPD) in Germania, mentre in Francia è terzo, dietro solo ai partiti di Marine Le Pen e Macron.  Un tale risultato non può che collocarsi sulla scia dei Fridays For Future guidati da Greta Thunberg, che hanno avuto come protagonisti soprattutto i giovani, i più diretti interessati delle scottanti questioni climatiche attuali e che sono stati i più numerosi tra coloro che hanno scelto di votare i Verdi, decidendo così di dare la propria fiducia a forze di costruzione e non di distruzione.

Oltre ai Verdi, inseriti nel Gruppo dei Verdi/Alleanza libera europea che conquistano un totale di 75 seggi, il Parlamento Europeo sarà composto maggiormente dagli esponenti del Gruppo del Partito Popolare Europeo (PPE), con 180 seggi, dal Gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici (S&D), con 153 seggi e dal Gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ADLE&R), con 106 seggi.

Il Gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà (ENL), oggi sotto il nuovo nome di Identità e Democrazia, non ha per nulla raggiunto i risultati sperati: si sono infatti fermati a 58 seggi, deludendo così le aspettative di quanti invece speravano in un cambiamento. Un cambiamento che però, come confermano i risultati, evidentemente non era così desiderato da parte dei cittadini europei, che forse sono complessivamente soddisfatti del funzionamento e degli orientamenti dell’Unione e che anzi, chiedono e auspicano che si continui a lavorare insieme per affrontare problematiche urgenti e che toccano direttamente ognuno di noi.

Il Parlamento Europeo dunque si colora di molteplici sfumature e secondo alcuni, chiaramente poco fiduciosi nelle capacità delle istituzioni, questa tornata elettorale non ha fatto altro che spaccare ulteriormente l’Unione, mentre l’interpretazione dei risultati fornita da altri è positiva: le preferenze espresse dai cittadini sono la dimostrazione di come in realtà la spinta eurofoba ed euroscettica capeggiata dai populisti sia notevolmente contenuta, pertanto queste forze sovraniste non potranno essere il vero ago della bilancia dell’Unione.

Al momento però, quello che conta veramente è assegnare le più alte poltrone delle istituzioni europee: in questi giorni infatti la Commissione è in fermento per la scelta del nuovo Presidente, ma a breve dovrà essere nominato anche il Presidente del Parlamento, con cui il 2 luglio si terrà la prima sessione plenaria. Non solo, per i prossimi mesi nell’agenda sono segnati altri importanti appuntamenti: tra ottobre e novembre infatti dovranno essere rinnovate anche le nomine del presidente del Consiglio europeo e del Presidente della Banca Centrale Europea. Sarà dunque un’estate particolarmente bollente per i vertici delle istituzioni, dal momento che tutte queste nomine giocano un ruolo fondamentale nel determinare le posizioni chiave della governance europea. A tal proposito, Antonio Tajani, attuale Presidente del Parlamento europeo, durante un’intervista ha riferito che “abbiamo ancora molto lavoro da fare. Infatti, dobbiamo cambiare l’Europa, rendendo più efficace ed efficiente il rapporto tra le istituzioni e i bisogni dei cittadini.”