Nel lungo processo di decarbonizzazione, volto alla riduzione delle emissioni di gas serra attraverso un maggiore e più efficiente utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili, sembra che l’eolico ricoprirà un ruolo sempre più importante. Attualmente gli impianti eolici, distinti in impianti collocati sulla terraferma (onshore) e impianti in mare (offshore), hanno una resa relativamente bassa rispetto a quella potenziale. Infatti, sebbene l’energia complessiva del vento sia stimata tra 1.700 e 3.500 TWh, stando al Report della British Petroleum del 2018, Statistical Review of World Energy, l’energia prodotta a livello globale da impianti eolici misura solamente 1.123 TWh, di cui circa un terzo è prodotto in Europa. Ciò è dovuto al fatto che l’energia eolica, principalmente generata alle diverse temperature e pressioni che determinano spostamenti di masse d’aria, è strettamente dipendente dallo strato limite superficiale dell’atmosfera. Questo si trova a circa 100-200 metri al di sopra della superficie terrestre ed è il sottile spazio in cui si possono sfruttare le correnti d’aria con un ridotto effetto dissipativo, normalmente imputabile agli ostacoli e alla rugosità del terreno.

Ciononostante, si crede che l’innovazione tecnologica, rendendo possibile un’importante riduzione dei costi dell’eolico offshore, possa porre questa fonte di energia rinnovabile al pari del fotovoltaico e dello shale gas. La promessa dell’offshore è spiegata dall’impiego di turbine galleggianti schierate in mare, le quali, in line di principio, possono fornire quantitativi di energia elettrica capaci di soddisfare più volte la domanda di energia di molteplici mercati, inclusi quelli dell’Europa, degli Stati Uniti e del Giappone.

Lo scorso 25 ottobre a Copenaghen, patria dell’eolico offshore, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha dichiarato che nelle prossime due decadi si assisterà a un aumento esponenziale della produzione di energia elettrica degli impianti eolici offshore, favorendo il processo di decarbonizzazione e la riduzione dell’inquinamento. L’IEA stima che la capacità produttiva offshore possa aumentare di ben 15 volte grazie alle politiche energetiche e al progresso tecnologico, attirando investimenti per circa 1 bilione di dollari entro il 2040. L’Europa, già pioniera nell’utilizzo delle tecnologie eoliche in mare, viene identificata come fulcro dei prossimi sviluppi del settore. L’energia elettrica generata dagli impianti europei offshore ammonta a circa 20 GW e, ferme restando le attuali politiche, si attende una crescita tale per cui nel 2040 essa raggiungerà 130 GW. Tuttavia, nel caso in cui si riesca a raggiungere l’obbiettivo della carbon neutrality, la capacità eolica offshore toccherà i 180 GW, divenendo così la prima fonte di energia elettrica del Vecchio Continente.

L’eolico offshore fornisce attualmente solo lo 0,3% dell’energia generata globalmente, ma il suo potenziale è molto ampio – ha affermato il direttore esecutivo dell’IEA, F. Birol. Anche se gran parte del suo potenziale è già alla nostra portata, ai Governi e alle industrie resta molto lavoro da fare affinché questo diventi il pilastro della transizione energetica.  Occorre che i policy makers favoriscano lo sviluppo degli impianti offshore attraverso una visione di lungo termine, che incoraggi industriali e investitori a intraprendere maggiori investimenti nel settore rendendo possibile la realizzazione di turbine eoliche più produttive, performanti ed economiche, che diano vita a vasti impianti in mare.