“I can’t breathe”, queste le parole pronunciate 17 volte da George Floyd prima di morire e diventate, in poco più di un mese, il simbolo globale di lotta alla discriminazione razziale e all’abuso di potere da parte delle forze dell’ordine. Il caso Floyd, afroamericano di 46 anni, morto soffocato sotto il ginocchio dell’agente Derek Michael Chauvin, ha infiammato il mondo intero e ha aperto la strada ad una nuova riflessione sul razzismo e sul sistema ideologico, politico e sociale della nostra società.

Il tragico evento, avvenuto il 25 maggio nella metropoli del Minnesota, è solo l’ultimo caso di cronaca di una lunga lista di soprusi e violenze, spesso impuniti, perpetrati dalle forze dell’ordine nei confronti della popolazione afroamericana. La cultura del razzismo e la violenza di Stato sono così profondi e radicati che ormai sembrano incisi nel DNA dei corpi di polizia statunitensi, ancora intesi come strumento di difesa dei privilegi bianchi.

Ma se in passato la voce del popolo afroamericano non è stata ascoltata, questa volta si è sentita forte e chiara, superando i confini federali e travolgendo le piazze e le strade di tutto il mondo. Infatti, grazie alle brutali immagini e ad un video, messi in rete dai testimoni, il caso Floyd è diventato virale, portando all’inizio di una lunga serie di manifestazioni oceaniche guidate dal movimento “Black Lives Matter”.

Quello che è successo a George Floyd non è una novità. La frase “Non riesco a respirare” è stata pronunciata da tante vittime della polizia prima di Floyd. Vittime come Eric Garner, sempre afroamericano, sempre soffocato con un ginocchio sul collo da un poliziotto e sempre morto gridando “I can’t breathe”. Era il 2014 a New York. Sei anni dopo la storia si ripete, come se il passato non ci avesse insegnato nulla. Ciò che cambia oggi è che il caso George Floyd è stata la miccia che ha fatto esplodere il peso dell’ingiustizia. Floyd porta il nome di tutte le vittime di Stato ormai dimenticate e ci unisce tutti in una rabbia collettiva, al di là del colore della pelle, al di là della classe sociale.

Anche in Italia si è aperta un’importante stagione di mobilitazione collettiva a sostegno del movimento Black lives matter e le piazze, nonostante la pandemia, sono tornate vive e piene di rabbia. Infatti, il caso George Floyd, per quanto fisicamente lontano dalla realtà italiana, è stato capace di ridare vita ai nomi e alle storie – spesso dimenticate – di tutti coloro che a causa del razzismo, del sessismo, delle disuguaglianze economico-sociali e della violenza sistemica delle forze dell’ordine, sono morti. Sono tornate a far discutere storie come quella di Soumalia Sacko, migrante ammazzato con un colpo di pistola il 2 giugno del 2018 in Calabria, ma anche le storie di chi, come Riccardo Magherini, quell’ “I can’t breathe” l’ha gridato veramente, pregando di vivere per i suoi figli e che ancora oggi aspetta che sia fatta giustizia. 

Fabio Anselmo, avvocato di Cucchi, Aldrovandi e Magherini, in un’intervista rilasciata al TPI[1], ci pone davanti ad un problema fondamentale: «Gli americani si indignano, noi abbiamo smesso di indignarci. Abbiamo affrontato la problematica che offrono questi comportamenti, inaccettabili dal punto di vista morale, legale, sociale, e abbiamo deciso che va bene così». Le proteste negli Stati Uniti e la morte di George Floyd hanno mostrato all’Italia che non è più possibile voltarsi e fingere indifferenza dinnanzi alle fratture delle nostre società. È necessario che l’Italia, oggi, inizi a condannare con la stessa rabbia e ferocia tutte gli atti di discriminazione e di violenza che ogni giorno accompagnano la sua storia nazionale. Questa è la sola possibilità per garantire il diritto a respirare.

 

 

 

[1] https://www.tpi.it/cronaca/soffocato-polizia-uomo-usa-come-riccardo-magherini-italia-fabio-anselmo-20200528610300/