Anche quest’anno gli europei di calcio tornano ad emozionare milioni di tifosi e tifose in tutta Europa. A poche ore dal fischio di inizio delle semifinali di Euro2020 restano a contendersi il titolo l’Italia, la Spagna, la Danimarca e l’Inghilterra. Quattro semifinaliste che sembrano ben rappresentare le anime che si contendono anche l’orientamento della politica europea.

Da una parte abbiamo l’Italia e la Spagna a portare alta la bandiera dei paesi mediterranei: i paesi fautori della flessibilità, chiamati in modo dispregiativo PIGS nei dibattiti che animavano la crisi economica cominciata nel 2008. Dall’altra abbiamo la Danimarca a vestire la maglia dei frugal four: i cosiddetti paesi frugali fautori del rigore. E poi abbiamo gli euroscettici per eccellenza: gli Inglesi che hanno scelto con un referendum sul filo del rasoio di abbandonare il progetto europeo, da cui sono ufficialmente fuori ormai dal 31 gennaio 2020.

Frugali vs Mediterranei

La contrapposizione tra paesi frugali e mediterranei è emersa sotto un’altra veste durante la crisi greca del 2015, e si è riproposta durante i negoziati per l’approvazione del Bilancio UE 2021-2027 nei primi mesi del 2020 e nell’estate successiva durante il braccio di ferro per l’approvazione del Recovery Fund.

Prima della pandemia infatti, Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca annunciavano con una lettera al Financial Time la loro visione di un’Europa ‘parsimoniosa’ (frugal) e si opponevano ad ogni aumento di spesa nonostante l’ambiziosa strategia del Green Deal della nuova Commissione Von der Leyen e nonostante la Brexit, e chiedendo invece maggiori controlli sui conti degli Stati Membri. Tale posizione non è cambiata neanche con lo scoppio di un’emergenza straordinaria come quella provocata dal Covid-19. Ricordiamo infatti lo stallo del luglio 2020 per l’approvazione del Recovery Fund che ha visto l’allora premier dell’Italia Giuseppe Conte – in contrapposizione ai paesi frugali insieme a Francia, Spagna e Portogallo – chiamare a raccolta l’Europa attorno al principio di solidarietà che è alla base dell’Unione Europea. Il braccio di ferro si è risolto con un compromesso che di fatto ha ridotto di 110 miliardi la quota di sussidi inizialmente proposta per far fronte alla crisi, facendo aumentare la quota di prestiti. Il risultato è stato comunque storico: da una parte i paesi frugali hanno accettato di mettere in comune un debito con i paesi del Sud, dall’altra questi ultimi hanno accettato un controllo diretto e vincolante sull’attuazione dei piani di ripresa.

Un anno dopo, la crisi sembra allentare la sua morsa sull’Europa e diversi piani nazionali di ripresa e resilienza sono stati approvati. Tuttavia il terreno di scontro potrebbe riaprirsi proprio alla fine di quest’anno, quando la Commissione Europea rilancerà le consultazioni per una riforma delle regole del Patto di stabilità e di crescita, che attualmente limita il deficit pubblico degli Stati UE al 3% del Pil e il debito al 60%.

Gli outsider

Ma se il confronto tra paesi frugali e mediterranei si gioca sempre sul campo dell’europeismo, gli Inglesi e tutto il Regno Unito si trovano ormai a giocare un altro campionato da quando, cinque anni fa, il 51,9% dei Britannici votò a favore della Brexit. Proprio la citata crisi economica del 2008 ha alimentato sentimenti euroscettici ed antieuropeisti – di cui la Brexit del 2016 è il risultato più eclatante ed estremo – ancora forti nelle trepidanti giornate di Euro2020. Appena il 2 luglio scorso 15 partiti di 14 paesi europei hanno infatti firmato la Carta dei valori in cui si denuncia “L’uso delle strutture politiche e delle leggi per creare un Superstato europeo” e la “pericolosa tendenza ad imporre un monopolio ideologico” che “deve indurre ad una legittima resistenza”. Tra gli altri, i firmatari sono stati la Lega e Fratelli di Italia, nonché il Rassemblement National di Marine Le Pen, l’ungherese Viktor Orban, il polacco Jaroslaw Kaczynski, il leader spagnolo di Vox Santiago Abascal.

Sebbene si abbandoni la retorica dell’uscita dall’UE, è ormai chiaro che la tenuta della coesione europea è messa a dura prova e il progetto di integrazione europea necessita di un processo di rinnovamento che non può più attendere.

La partita sul futuro

Da questo punto di vista è apprezzabile l’esperimento di democrazia partecipativa rappresentato dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa attualmente in corso, in cui istituzioni europee, governi nazionali, società civile e i cittadini dovrebbero contribuire ad un dibattito aperto ed inclusivo per definire una nuova visione dell’Europa. La Conferenza è stata inaugurata ufficialmente il 9 maggio di quest’anno e ha visto la sua prima sessione plenaria tenersi a Strasburgo il 19 giugno. E’ auspicabile che da qui fino alla sua conclusione nel 2022 non venga attuato un semplice esercizio di retorica, ma si colga l’occasione per affrontare a viso aperto gli avversari, stavolta non per determinare vincitori e vinti come per Euro2020, ma per trovare una sintesi alle contraddizioni che ormai da troppi anni sono protagoniste in Europa.