È di pochi giorni fa l’annuncio di un nuovo patto sull’immigrazione, che mira a snellire il processo di asilo tra gli Stati membri per correggere quello che i leader dell’UE hanno riconosciuto essere un sistema inefficace. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha affermato che il nuovo patto raggiungerà un “ragionevole equilibrio” con tutti gli Stati membri che condivideranno i “benefici” e gli “oneri”. Ha aggiunto che non si tratta di “se” gli Stati membri dell’UE debbano contribuire, ma “come”.

Sicuramente una proposta audace da parte della Germania, ma che da sola non basta. Per assicurare una corretta gestione dei flussi migratori in Europa è fondamentale prendere in considerazione alcune variabili sociodemografiche utili per comprendere meglio il fenomeno in questione. Il genere è una variabile cruciale nell’ambito delle politiche migratorie.

Gli studi demografici sulle tendenze migratorie a livello internazionale stanno analizzando come e perché l’essere uomo, donna, gay, transessuale o bisessuale influenzi in modo così significativo tutti gli aspetti del processo migratorio, compresi i ruoli, le aspettative, le relazioni e le dinamiche di potere. Anche i rischi, le vulnerabilità e i bisogni sono in buona parte condizionati e modellati dal genere, spesso cambiando notevolmente tra i diversi gruppi.

In Europa, circa il 7% della popolazione totale è nato al di fuori dei confini europei e la metà di loro sono soprattutto donne e ragazze. Secondo recenti studi condotti dall’European Institute for Gender Equality (EIGE) i principali motivi che spingono le persone a migrare sono il lavoro, lo studio, il ricongiungimento familiare, nonché le varie forme di persecuzione e i motivi economici.

La migrazione può portare nuove opportunità alle famiglie, soprattutto in quelle società in cui le donne non sono libere di prendere decisioni sul proprio futuro. La possibilità di potersi spostare da un paese all’altro e di potersi rimettere in gioco da soli con sé stessi, se è un atto volontario, è responsabilizzante: può stimolare il cambiamento prima di tutto nelle donne, ma anche nelle società di origine e di accoglienza. Nelle varie fasi del processo migratorio, le donne migranti affrontano inevitabilmente rischi e insicurezze diverse rispetto agli uomini: esse sono infatti considerate fortemente vulnerabili e molto spesso soggette a violenza di genere, come la tratta ai fini di sfruttamento sessuale e i matrimoni forzati.

Una rappresentazione negativa dell’oppressione delle donne migranti da parte dei media può alimentare il razzismo e la xenofobia e rafforzare gli stereotipi che le stigmatizzano. Nel contesto delle politiche restrittive sull’immigrazione, la rappresentazione dei migranti come vittime vulnerabili e passive delle culture patriarcali, ha aperto uno spazio per cooptare o strumentalizzare i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere.

Uno dei principali ambiti in cui si manifestano queste differenze è quello del mercato del lavoro. Le donne migranti hanno più probabilità di essere disoccupate o economicamente inattive di qualsiasi altro gruppo presente sul mercato del lavoro dell’UE. Tuttavia, anche la partecipazione al mercato del lavoro è influenzata dal motivo della migrazione: le donne che migrano per motivi familiari hanno, infatti, dei tassi di occupazione molto più bassi rispetto alle donne che arrivano per motivi di studio o lavoro. Per non parlare poi delle donne migranti altamente qualificate, che devono necessariamente confrontarsi con barriere all’accesso del mercato del lavoro: spesso, infatti, i programmi di ammissione finalizzati all’inclusione lavorativa di migranti altamente qualificati non tengono minimamente in considerazione il genere, rimanendo del tutto ciechi di fronte a certe differenze. Un esempio è rappresentato dal fatto che i programmi di ammissione tendono generalmente a privilegiare le professioni legate ai settori produttivi (come le TIC, l’ingegneria e la finanza) in cui le donne sono meno rappresentate degli uomini.

Inoltre, a causa della difficoltà di ottenere il riconoscimento delle qualifiche, le donne migranti sono ad alto rischio di essere impiegate in lavori scarsamente retribuiti al di sotto dei loro livelli di competenza e qualifica, rendendole ancora più vulnerabili alla dequalificazione, che spesso è vissuta in due modi diversi: le donne professioniste che lavorano in settori diversi da quelli in cui hanno seguito una formazione iniziale; e quelle che lavorano a livelli inferiori alle loro qualifiche.

Gli ultimi dati disponibili dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) indicano che le donne migranti costituiscono la maggioranza delle lavoratrici domestiche in tutto il mondo. In molti Stati membri dell’UE, i lavoratori domestici migranti sono impiegati come lavoratori non dichiarati nell’economia informale. Mentre le istituzioni dell’UE riconoscono nella direttiva sulla conciliazione tra lavoro e vita privata il contributo del lavoro domestico al raggiungimento degli obiettivi di uguaglianza di genere attraverso lo sviluppo di servizi di conciliazione tra lavoro e vita privata per le famiglie, le condizioni di lavoro illegali della maggior parte delle lavoratrici migranti nell’UE le espongono a gravi forme di sfruttamento e di abuso. Inoltre, le donne e gli uomini lavoratori migranti possono trovarsi in difficoltà quando si trovano ad avere debiti elevati a causa delle spese di assunzione e, di conseguenza, possono diventare vittime di schiavitù per debiti con i loro reclutatori. Sono anche fortemente dipendenti dal datore di lavoro e possono avere poca o nessuna conoscenza dei loro diritti o dei modi in cui possono cercare sostegno.

La mancanza di una prospettiva di genere nelle politiche di migrazione, asilo e integrazione può avere effetti negativi sulle donne e sugli uomini. Sia che siano costretti a spostarsi, che migrino su base volontaria o che le loro ragioni di migrazione siano una combinazione delle due cose, le donne e gli uomini, le ragazze e i ragazzi migranti sono un gruppo altamente eterogeneo e un’attenta analisi del genere come base e fonte di discriminazione non può trascurare la diversità delle esperienze vissute.