Ci si è abituati a guardare all’agricoltura come un campo in cui scendono in competizione gli interessi di poche multinazionali, che detengono il controllo della maggior parte della filiera agro-alimentare, contro il bene della collettività. Considerando che circa il 60% della produzione mondiale di mais e frumento e l’80% della produzione di soia sono destinate all’alimentazione animale, oltre il 40% della produzione USA di mais, 15% di quella mondiale, è destinato alla produzione di biocarburanti, come gran parte di quella di olio di palma, appare evidente la funzione del sistema agro-alimentare attuale: produrre materie prime per l’industria, la produzione di energia e la mangimistica.

La competizione che si genera comporta una serie di disfunzioni del sistema: al mondo ci sono 1,4 miliardi di persone che non mangiano abbastanza, 1,5 miliardi di persone sovralimentate, crescenti disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza prodotta e un terzo dei prodotti agricoli viene perduto o sprecato lungo tutta la filiera agro-alimentare.

E se la competizione si trasformasse in multifunzionalità?

L’agricoltura può svolgere un ruolo attivo nel settore energetico nel momento in cui non sono i suoi prodotti a diventare energia, bensì i suoi scarti, in un’ottica di economia circolare. È il caso dei biocarburanti avanzati, distinti dai convenzionali nella Direttiva (UE) 2015/1513 del Parlamento Europeo e Del Consiglio, in cui si legge che è necessario promuovere la ricerca e lo sviluppo in relazione a nuovi biocarburanti avanzati che non siano in concorrenza con le colture alimentari.

I biocarburanti sono dei combustibili ottenuti dalla trasformazione di biomasse di provenienza agricola e forestale. Se ottenuti da rifiuti, apportano un doppio contributo in quanto permettono di riutilizzare gli scarti dell’attività agricola, evitando di sottrarre terreno alla produzione di fonti di alimentazione umana, e di ridurre l’emissione di gas serra che si avrebbe utilizzando carburanti convenzionali provenienti da fonti energetiche non rinnovabili.

È possibile, inoltre, ottenere biocarburanti avanzati da alghe, rifiuti urbani e oli esausti.

La realtà però ci mostra un profondo immobilismo che non permette alle politiche in materia di attuarsi realmente. Gli investimenti in materia di biocarburanti avanzati hanno avuto un calo a partire dal 2011, come è evidenziato nel Report “Advanced biofuels: What holds them back?” di IRENA, l’agenzia mondiale delle energie rinnovabili.

Il report ha sottolineato come l’incertezza normativa europea stia frenando gli investimenti in biocarburanti avanzati: dal 2009, infatti, sono state apportate 3 modifiche legislative nel settore dei combustibili per trasporti. Proprio in quell’anno è entrata in vigore la Direttiva sulle energie rinnovabili; ha seguito, nel 2015 la Direttiva sui cambiamenti indiretti di utilizzo del suolo e l’approvazione, nel 2018, della seconda Direttiva sulle Energie Rinnovabili, in linea con la volontà di aumentare la quota di rinnovabili sul totale di energia prodotta entro il 2030. Diventa dunque difficile, per aziende ed imprenditori, adattarsi ad una politica, e ad un mercato, in costante movimento.

 

Per maggiori informazioni: ec.europa.eu, eur-lex.europa.eu, irena.org.