Secondo il dossier redatto da Legambiente il 22 settembre 2018 dal titolo “Abbatti l’abuso – I numeri delle (mancate) demolizioni nei comuni italiani”, gli immobili non abbattuti rappresentano l’80% del totale, e solo il 3,2% di queste sono trascritte dai Comuni nei registri immobiliari. I dati utili all’indagine sono stati acquisiti dal 2004 (anno successivo all’ultimo condono edilizio) ad oggi e sono stati forniti da 1804 comuni italiani, appena il 22,6% del totale.

Molti Comuni, quindi, non collaborano alla messa in opera degli atti normativi riguardo l’abusivismo edilizio; sono seimila i Comuni che non hanno risposto all’indagine di Legambiente e 84 quelli che si sono rifiutati di fornire le informazioni richieste. Questo, secondo Legambiente, è la prova che le informazioni riguardo l’abusivismo edilizio sono accessibili a pochi, fatto permesso dalla mancanza di un censimento nazionale del fenomeno e dalla carenza dei dati in circolazione, spesso contradditori e sottostimati. Ad oggi, secondo l’indagine di Legambiente, su 71.450 immobili, ne sono stati abbattuti solo 14.018 (appena il 19,6% delle case dichiarate abusive).Secondo l’art. 31 comma 3 del d.P.R. n. 380 del 2001, “l’ingiustificata inottemperanza all’ordine di demolizione della costruzione abusiva comporta l’automatica acquisizione del bene al patrimonio comunale in favore del quale deve essere disposta la restituzione, e l’acquisizione non costituisce impedimento giuridico alla demolizione da parte del proprietario in assenza di delibera comunale che dichiari la sussistenza di interesse pubblico al mantenimento d’opera.”.  Invece, per quanto riguarda l’acquisizione degli immobili al patrimonio comunale, su 57.432 immobili abusivi non demoliti, solo 1.850 (il 3% del totale) risultano oggetto di tale acquisizione.

Le procedure sono lunghe e talvolta complesse ma il cambiamento è possibile, lo testimoniano i casi del Salento, dove la Procura della Repubblica di Lecce sta eseguendo diversi interventi di demolizione; della Calabria, nei pressi dell’area marina protetta di Capo Rizzuto, nel crotonese, dove i proprietari hanno demolito un’edificio abusivo in costruzione prima che lo facesse la Procura o il Comune; nel comune di Rocca di Papa sono in corso diverse demolizioni su ordine della Procura di Velletri. Questi sono solo alcuni dei casi emblematici che testimoniano la possibilità di una diversa gestione degli immobili abusivi, che devono essere demoliti, ma soprattutto smaltiti in maniera sostenibile, per evitare che creino ulteriori danni ambientali.

Senza rischiare di lasciare al buon cuore di ognuno le sorti della questione, Legambiente ha stilato una serie di soluzioni che potrebbero risolvere il problema definitivamente. La prima richiesta è che il Parlamento intervenga con una proposta legislativa che renda più rapido ed efficace l’organo istitutivo che si occupa delle demolizioni degli immobili abusivi. Nello specifico si chiede che la responsabilità delle procedure di demolizione vengano prese in carico dagli organi dello Stato nella figura dei prefetti, in modo da dispensare dal compito i responsabili degli uffici tecnici comunali e regionali. La seconda richiesta è che ci sia maggiore controllo da parte della Corte dei Conti sui danni prodotti all’erario. Inoltre, viene richiesto che venga ripristinato il rapporto tra la prescrizione del reato di abusivismo e la demolizione, e l’effetto dei ricorsi per via amministrativa sull’iter delle demolizioni. Infine, si chiede che venga istituito, per il periodo 2019-2025, un fondo da 100 milioni di euro l’anno per fare in modo che si chiuda la stagione dei condoni edilizi, per poi procedere all’emersione degli immobili non accatastati (le cosiddette “case fantasma”).