Gli Stati Uniti stanno affrontando una fase di forti frizioni interne e le infuocate elezioni presidenziali di quest’anno ne sono uno specchio. A più di 48 ore dall’Election Day il nome del 46° presidente è ancora incerto. Il democratico Joe Biden si avvicina alla vittoria e il presidente uscente Donald Trump accusa di brogli, chiede l’interruzione dello spoglio e avvia ricorsi legali.

Il due contendenti si ritrovano dunque in un testa a testa, ma non potrebbero apparire più lontani nello stile e nei valori politici che abbracciano. I due sono certamente portatori di due visioni differenti del ruolo dell’America nello scacchiere internazionale, e quindi anche dei rapporti con l’Europa.

Sin dalla fine della seconda guerra mondiale Europa e Stati Uniti si sono considerati vicendevolmente alleati naturali. A suggellare la relazione il Piano Marshall e il Patto Atlantico, mentre il progetto di integrazione europeo è stato sostenuto da tutti i presidenti americani in maniera bipartisan. Disallineamenti sono emersi durante la presidenza Bush e Obama, soprattutto in relazione all’impegno in scenari di crisi e conflitto. Ma la relazione non è mai stata messa in discussione e la fiducia reciproca, i valori della democrazia e del multilateralismo non hanno mai smesso di accomunare i due giganti alle due sponde dell’Atlantico.

L’ascesa di Donald Trump ha segnato un netto cambiamento di rotta nelle relazioni USA-UE. Nei suoi primi quattro anni di mandato, Trump ha infatti apertamente sostenuto la Brexit e ha strizzato l’occhio alle ali più sovraniste e ai leader più euroscettici: da Farage a Orban, passando per Salvini e Le Pen. Con la sua presidenza i negoziati sul Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP) hanno ceduto il posto ad una guerra di dazi, e mentre l’Europa faceva della sostenibilità e della transizione verde la sua principale priorità, gli USA si ritiravano dall’Accordo sul clima di Parigi. Durante la sua campagna elettorale Trump ha riaffermato con forza il suo slogan “America first”, lasciando così presagire la prosecuzione di una politica protezionista e del disimpegno sul piano internazionale in caso di una sua rielezione. Più volte Trump ha mosso critiche verso la NATO, rimproverando gli alleati del vecchio continente di non contribuire sufficientemente alle risorse comuni, e un suo secondo mandato potrebbe rendere sempre più concreto il ritiro degli USA dal Patto Atlantico.

Joe Biden si è detto invece aperto al libero scambio e all’implementazione delle strategie di sviluppo sostenibile. É fautore di un’America che torni a guidare il mondo sui valori democratici e liberali. Con l’ex vicepresidente dell’amministrazione Obama i rapporti transatlantici tornerebbero quindi su posizioni più tradizionali.

Negli ultimi 4 anni l’Europa si è trovata faccia a faccia con una questione che era latente, ma che con un uomo come Trump al vertice del grande alleato storico è emersa con più forza, ossia il ruolo geopolitico dell’Unione Europea e la sua incapacità di agire come unico attore globale. La crisi economica, le primavere arabe, la crisi ucraina, la minaccia del terrorismo, la pandemia. Nulla è servito a compattare l’Europa. La mancanza dell’ingombrante guida a stelle e strisce ha evidenziato il vuoto dell’iniziativa europea in politica estera. La presidenza Trump poteva e potrebbe essere la brusca occasione per costruire un’unica e concreta voce europea, ma è chiaro che il focus della politica estera americana non è più l’Europa, e molto probabilmente non lo sarà neanche con l’eventuale presidenza Biden.

Con Trump o con Biden, dunque, la sfida per l’Unione Europea resta. Cambierebbero i toni, cambierebbe la dialettica, cambierebbero i dossier, ma non la sostanza. Tra le sei priorità della Commissione Von der Leyen vi è “un’Europa più forte nel mondo” al fine di perseguire un approccio coordinato all’azione esterna che garantisca una voce più forte e più unita dell’Europa. Una sfida che l’Unione ha mancato puntualmente nel corso della sua storia, e che risulta ancor più difficile in una fase in cui sono le forze disgregatrici e la competizione ad animare i tavoli europei.