Fin dall’antichità la comunicazione ha rappresentato una prerogativa fondamentale per l’uomo. Con lo sviluppo dell’internet è cambiato non solo il modo di comunicare ma anche il modo in cui molte attività lavorative vengono sviluppate.

Con la diffusione della pandemia e l’inizio della quarantena, gli italiani sono stati costretti al cambiamento delle proprie abitudini private, sociali e lavorative.

Tutte le persone impossibilitate ad uscire di casa  hanno iniziato contemporaneamente ad utilizzare internet per lavorare, studiare, tenersi aggiornate, vedere film in streaming o passare il tempo giocando online.

Questo gigantesco lockdown si può paragonare ad un vero e proprio tsunami di dati che ha travolto le infrastrutture dei provider di tutto il mondo, mettendole a durissima prova.

Diversi operatori tra cui Apple, Netflix e Amazon hanno in queste ultime settimane ridotto la qualità di streaming dei contenuti dalle loro piattaforme per non far congestionare le reti.

 

Qual è la situazione delle reti in Italia?

La maggioranza degli italiani  ha verificato più volte nel corso del lockdown una miriade di situazioni di connessione scadente. Spostarsi in macchina o in treno significa trovarsi in luoghi o situazioni in cui la linea cade, interrompendo lo scambio di informazioni.

L’Italia, complessivamente, naviga quattro volte più lenta della Corea del Sud, leader mondiale della velocità di connessione. Tra i Paesi dell’UE l’Italia è al 25° posto dell’indice europeo di digitalizzazione (Desi).

In Italia il servizio universale garantito per legge è fermo al doppino di rame collegato al modem. Per questo l’Autorità garante nelle comunicazioni chiede un salto tecnologico nella qualità minima dei servizi di accesso a internet. Si discute ancora di “accesso efficace alla rete”, mentre ci sono Paesi come la Finlandia che dal 2010 garantiscono un megabit gratuito a ogni cittadino, nella convinzione che Internet sia un bene pubblico necessario. Il mondo è proiettato ormai verso la banda ultra larga, cioè una velocità che va da 30 mega in su, più facile da ottenere grazie alla fibra ottica.

Per spiegare il clamoroso ritardo di sviluppo della rete dell’Italia è necessario risalire a 50 anni fa, periodo in cui c’era il monopolio di Telecom: quando il rame sembrava la miglior soluzione, l’azienda investì in rame. Ma quando si incominciò a parlare di fibra ottica, rimase sempre al rame. Sicuramente una delle migliori reti in rame al mondo, ma poco importa quando le performance più efficaci ormai viaggiano su fibra.

Gli stakeholder sono ormi consapevoli  dell’importanza di costruire una rete in fibra ottica affidabile e robusta, in grado di durare per molti anni e di supportare le future richieste di capacità digitale non ancora definite.

Il governo ha, infatti, affidato a Enel il compito di portare la fibra nelle case degli italiani per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda europea 2020. L’obiettivo è arrivare con la fibra a casa, l’unica che permette di andare anche molto oltre i 100 mega: è la Ftth (Fiber to the home) che garantisce velocità di connessione più alta rispetto alla Fttc (Fiber to the cabinet) che porta la fibra fino a circa 300 metri dall’abitazione per poi proseguire con il rame. La percentuale di popolazione che in Italia è raggiunta da servizi di accesso a banda ultra larga con velocità di connessione nominali di 30 Mbps è pari al 22,3%. Anche in questo caso, il dato nazionale non si riflette con omogeneità nelle singole regioni italiane.

Dal turismo alla telemedicina, il futuro dell’economia passa dalla fibra. Secondo la Commissione Ue e la Banca Mondiale, a un aumento del 10% di penetrazione della banda larga corrisponde un punto e mezzo di Pil.

In un Paese dove, secondo il Desi, il 37% della popolazione non usa Internet, parlare di internet è come costruire autostrade mentre i cittadini non hanno la patente. Ma è proprio il governo che ha un livello di digitalizzazione (e-governement) basso. Il Sistema di identità digitale (Spid, password per l’suo dei servizi pubblici) va ancora a rilento e rischia di creare ulteriori discriminazioni: avremo cittadini che potranno esercitare i propri diritti per via telematica e altri no, a causa del gap tecnologico, allargando ancora di più il digital divide, che in media si attesta al 3,1%.

 

Ma la fibra è vera fibra?

In Italia dal 2012 esiste un software di Agcom che certifica la reale qualità della connessione rispetto al servizio acquistato e permette di recedere senza penale.

Il software Ne.Me.Sys. (Network Measurement System) consente di verificare che i valori misurati sulla propria linea telefonica siano effettivamente rispondenti a quelli dichiarati e promessi dall’operatore nell’offerta contrattuale sottoscritta. Nel caso l’utente rilevi valori peggiori rispetto a quelli garantiti dall’operatore, il risultato di tale misura costituisce prova di inadempienza contrattuale e può, quindi, essere utilizzato per proporre un reclamo e richiedere il ripristino degli standard minimi garantiti ovvero per esigere il recesso senza costi dal contratto.
Installato il software, il sistema inizierà automaticamente le misurazioni. Si tratta in totale di 24 misure ricadenti in una specifica fascia oraria. Nel caso in cui nell’arco delle 24 ore seguenti all’avvio dei test, non fossero completate tutte le 24 misurazioni, il software provvederà ad effettuare quelle mancanti nei due giorni successivi. Al completamento del test, all’utente sarà rilasciato un certificato con i risultati delle misurazioni effettuate.

Su 50 mila casi, l’80% delle misurazioni ha attestato la violazione del contratto. C’è stato un palese abuso del termine “fibra” nelle campagne pubblicitarie, nonostante la tecnologia sia ibrida e poggi ancora sul rame. La sfida della fibra servirà anche a far chiarezza sulle offerte commerciali proposte dalle compagnie telefoniche.

 

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