Il problema della carenza di risorse idriche riguarda tutti gli esseri umani. A esserne maggiormente colpiti sono, però, i bambini. Ogni giorno, circa 800 bambini di età compresa tra zero e cinque anni muoiono a causa della dissenteria, una malattia dovuta spesso alla presenza di acque impure. In totale, muoiono ogni anno per problemi di accesso a risorse idriche circa 700.000 bambini.

Del rapporto tra condizioni di salute e accesso all’acqua e la sua qualità ha parlato anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che individua in 40 litri di acqua al giorno la soglia minima per poter parlare di condizioni di vita accettabili per il singolo individuo. Si tratta di una quantità minima, che richiama l’attenzione su un altro problema: l’acqua non è disponibile dappertutto allo stesso modo e nella stessa quantità. Oggi, più del 40% della popolazione mondiale non ha accesso costante all’acqua. Molti dei paesi che apparentemente dispongono di quantità d’acqua superiori al fabbisogno interno, non riescono a soddisfare la domanda d’acqua: oltre due miliardi di persone hanno a disposizione solo acque contaminate.

 

Le minacce alla sicurezza idrica

Quali sono i fattori che rendono sempre meno disponibile le risorse idriche? Anzitutto, l’agricoltura industriale che ha spinto l’industria alimentare ad impiegare metodi di coltivazione che hanno determinato una riduzione della ritenzione idrica del suolo e un conseguente aumento della domanda d’acqua. Altro fattore importante è rappresentato dall’aumento della popolazione. Mentre la quantità utilizzabile di acqua diminuisce, dovuto all’inquinamento delle falde acquifere, la sua domanda sta aumentando a causa della crescita esponenziale della popolazione mondiale: nel 1800, gli abitanti della Terra erano circa un miliardo; nel 2025, saranno 8 miliardi. Fattore preponderante è ciò che il pianeta sta subendo a causa dei cambiamenti climatici: essi sono destinati a ridurre la disponibilità d’acqua in alcune zone, ma l’effetto più evidente che avranno sarà quello di far aumentare l’incertezza rispetto alla capacità di accumulare risorse idriche, oltre a provocare disagi nei territori colpiti da eventi atmosferici estremi. A questi fattori si aggiungono la crescita economica, l’incremento dei consumi e l’iniqua disponibilità della risorsa per motivi economici e geografici.

È questo uno dei motivi che ha portato il Global Risks Report del 2016 del World Economic Forum a inserire l’acqua tra i maggiori rischi per la sicurezza del pianeta. Per la prima volta, un rischio ambientale è stato inserito al primo posto in questa importante classifica. Secondo gli esperti, il fallimento delle politiche adottate per limitare gli effetti dei cambiamenti climatici è un rischio addirittura superiore a quello legato alla diffusione delle armi di distruzione di massa, alle migrazioni dell’uomo o ai forti shock dei prezzi delle fonti energetiche. Sfortunatamente, la situazione nel 2019 è peggiorata: il Report del 2019 enumera tra i primi 5 rischi con maggior potenziale di impatto, oltre alla diffusione delle armi di distruzioni di massa, considerato il principale rischio per la sicurezza mondiale, ben 4 rischi legati al tema ambientale e sociale:

  • il fallimento delle politiche legate adottate per limitare il cambiamento climatico e le sue conseguenze;
  • gli eventi atmosferici estremi, come uragani o inondazioni
  • la crisi idrica
  • i principali disastri naturali (terremoti, eruzioni vulcaniche, tempeste elettromagnetiche)

 

Il valore economico

Da oltre 30 anni la visione dell’acqua è uscita dal solo campo delle teorie e conoscenze naturali per entrare prepotentemente in quello delle teorie e delle pratiche sociali ed economiche e, quindi, nel mondo delle scelte politiche. Si è passati in pochi anni da una cultura dell’acqua come risorsa vitale, bene comune e quindi proprietà sociale, collettiva, la cui salvaguardia è nell’interesse generale, a una cultura dell’acqua come una risorsa che, pur restando vitale, viene vista come merce di grande valore, di cui ci si può appropriare a titolo privato e che si può vendere e comprare a prezzi di mercato.

A partire dal momento in cui l’acqua è stata mercificata, il suo accesso è stato subordinato al principio del potere d’acquisto. Se l’acqua diviene oggetto di profitto, la sua gestione diventa funzionale a politiche di crescita piuttosto che di sostenibilità e il suo accesso da aperto diventa esclusivo.

Nel caso della gestione privata delle risorse idriche, si può realizzare quella che in termini economici viene definita discriminazione di prezzo di secondo tipo o grado. Questa pratica consiste nel programmare schemi secondo i quali il prezzo diminuisce all’aumentare della quantità acquistata; ne consegue che chi consuma una maggiore quantità di prodotto sopporta un costo medio unitario minore rispetto a chi ne utilizza una minore quantità. Tale pratica può avere conseguenze negative sia in termini di alterazione ecologica che di equità sociale. Rispetto al primo aspetto, essa si traduce in un aumento dei consumi che, nel caso in analisi, comporterebbe un maggior prelievo di risorse idriche, superandone la capacità di carico e di ricostituzione. Nel secondo caso, essa si concretizza in un trasferimento netto di risorse economiche dalle classi a basso reddito alle classi più agiate, in maniera diretta verso gli azionisti della società provata e indirettamente verso le imprese o i grandi consumatori individuali.

 

Problemi di gestione e possibili soluzioni

La gestione delle risorse idriche va incontro a tre problemi di natura e dimensione diversi. Il primo è quello della sostenibilità ambientale e intergenerazionale delle attuali pratiche di consumo: una soluzione efficace richiede un decentramento delle responsabilità amministrative, unito a un elevato grado di interazione con le grandi scelte effettuate a livello nazionale e sovranazionale, focalizzate su una visione di sostenibilità di lungo periodo. Altro problema è relativo alla distribuzione iniqua a livello geografico e sociale: di fronte all’emergenza posta dal problema idrico, si sviluppa una competizione per il controllo di questa risorsa e quindi forti tensioni, come nel caso dei bacini transfrontalieri, da generare violenti conflitti tra comunità o veri e propri scontri armati (Israele-Palestina, Turchia-Iraq) quando tali risorse sono considerate di interesse nazionale: il livello di conflittualità che le acque transfrontaliere implicano è dato dall’elevato numero di paesi che hanno bacini condivisi e che rappresentano più del 90% della popolazione mondiale.  Infine, la mancanza di accesso ai servizi idrici e sanitari: ciò deriva dal fatto che la gestione di tali servizi e dei relativi investimenti è stata condotta per decenni in maniera insufficiente a garantire un’idonea rete infrastrutturale. In questo campo le possibili soluzioni sono molteplici e ideologicamente contrapposte. Sembra, tuttavia, necessario sostenere l’introduzione da parte del settore pubblico di un sistema adeguato di regolazione e controllo sulle attività dei gestori, indipendentemente dal regime di proprietà degli stessi, affinché perseguano l’interesse pubblico.