Da quando Talebani hanno ripreso il controllo di Kabul, la situazione femminile in Afghanistan presenta uno scenario alquanto preoccupante, specialmente per le donne che hanno combattuto negli anni per i propri diritti e che ora, di conseguenza, temono per la propria incolumità.

Dopo un’apparente apertura verso i diritti e la partecipazione delle donne alla società, il nuovo governo talebano annunciato il 7 settembre ha lasciato ben intendere che la direzione sarà quella di ristabilire una rigorosa e radicale applicazione della legge islamica, e questo include una restrizione dei diritti delle donne a cui, per esempio, è già stato impedito di frequentare scuole o università. Parlando del nuovo esecutivo tutto al maschile, il portavoce talebano Sayed Zekrullah Hashim ha infatti dichiarato che “Una donna non può fare il ministro. E’ come se le mettessi sul collo un peso che non può sostenere. Non è necessario che le donne siano nel governo, loro devono fare figli“, e ha aggiunto inoltre che “Le quattro donne che protestano nelle strade non rappresentano le donne dell’Afghanistan. Le donne dell’Afghanistan sono quelle che danno figli al popolo dell’Afghanistan, che li educano secondo i valori islamici”.

Nonostante la situazione sia grave per chiunque si opponga ai Talebani o abbia collaborato con l’occidente, le donne che hanno partecipato alla vita pubblica in modo attivo si trovano in una posizione di doppia vulnerabilità: perché attiviste, giornaliste, insegnanti, e perché donne.

Lo scorso 6 settembre i membri della Sottocommissione per i Diritti Umani e della Commissione per i Diritti della Donna e l’Uguaglianza di Genere, insieme alla delegazione del Parlamento Europeo per le relazioni con l’Afghanistan si sono riuniti per discutere proprio della preoccupante situazione femminile in Afghanistan. Durante l’incontro si sono susseguiti diversi interventi, tra cui quello di Evelyn Regner – Presidente della Commissione per i Diritti della Donna e l’Uguaglianza di Genere (FEMM) – che ha incentrato l’attenzione sulla necessità di salvare vite per l’UE, aggiungendo che ogni futura negoziazione deve garantire il benessere e la sicurezza delle donne e ragazze afghane.

Oltre agli eurodeputati, poi, hanno preso la parola anche Shaharzad Akbar, Presidente della Commissione Afghana Indipendente dei Diritti Umani (AIHRC) e Guissou Jahangiri, Vicepresidente della Federazione Internazionale dei i Diritti Umani (FIDH). Le attiviste, già in quella occasione e prima delle dichiarazioni apertamente discriminatorie del nuovo governo talebano, hanno invitato a non credere alle dichiarazioni fittizie dei Talebani che stanno attuando vere e proprie brutalità contro le donne, ed è stata sottolineata l’importanza di non spegnere i riflettori sulla situazione femminile in Afghanistan. Secondo quanto affermato dalla Akbar, infatti, la più grande paura delle donne rimaste nel Paese mediorientale è proprio quella di essere dimenticate dal resto del mondo, per cui è importante documentare quanto sta accadendo e fornire supporto.

Dai diversi interventi susseguitisi, ciò che è sicuramente emerso è un forte appello per un’azione coordinata degli Stati Membri dell’UE, affinché cooperino per assicurare un piano di evacuazione e garantire un’accoglienza sicura per chi è in serio pericolo. L’importanza di un piano di evacuazione, assieme alla tutela dei diritti umani per chi resta in Afghanistan, infatti, sono le priorità fondamentali di cui l’Unione deve farsi carico, affermando concretamente i valori di cui è portatrice. Il problema è che gli Stati Membri non sono in linea rispetto alle misure da adottare, per questo l’Unione dovrebbe avere maggiore autonomia quando si tratta si salvare vite umane, perché questa è una priorità che non può dipendere dalla sovranità dei singoli. In questa prospettiva, l’UE dovrebbe esercitare una pressione sugli Stati affinché questi concedano visti umanitari per le persone afghane in pericolo, dando priorità a donne e ragazze. I corridoi umanitari, d’altro canto, rappresentano una misura auspicabile ma più difficile, poiché occorrerebbe contrattare con i Talebani riconoscendo loro legittimità politica, e questo non è nella volontà dei Paesi occidentali al momento.

Il Capo della Delegazione dell’UE in Afghanistan, Andreas Von Brandt, ha dichiarato che il fatto di tornare ad essere presenti sul territorio è una consapevolezza che sta emergendo, ma è ancora da valutare. Brandt ha poi aggiunto che ci sono delegazioni europee sul territorio afghano il cui obiettivo è garantire alle persone a rischio la protezione umanitaria. Invece, Chiara Adamo – Capo unità per i Diritti Umani, la Democrazia e la Parità di Genere alla Direzione Generale sui Partenariati Internazionali della Commissione europea -, ha affermato che è stato attivato un meccanismo di difesa dei diritti umani per proteggere le donne ed affrontare la situazione femminile in Afghanistan che sta funzionando; e ha poi evidenziato che nel medio e lungo termine ciò che è realmente importante è continuare a fornire supporto alle capacità istituzionali delle organizzazioni della società civile afghana, perché solo in questo modo la società civile non morirà.