Correva l’anno 1995 quando l’ormai ex-vicepresidente della Banca Mondiale Ismail Serageldin avvisava che: “Se le guerre del XX secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del XXI secolo avranno come oggetto del contendere l’acqua.” Una previsione che non si è fatta attendere secondo quanto riportato dal report dell’UNESCO: “The United Nations world water development report 2019: leaving no one behind” che vede le crisi idriche e il mancato approvvigionamento alla base di 263 conflitti tra il 2010 e il 2018. Numeri che, tuttavia, tenderanno ad aumentare se si considera che attualmente un terzo della popolazione mondiale vive in paesi che soffrono di un alto livello di stress idrico, con siccità che colpiscono circa 50 milioni di persone e che provocano ogni anno più di 5 miliardi di dollari di danni. Se da un lato, è difficile attribuire una singola ragione ai conflitti, dato che le motivazioni sono spesso complesse e multifattoriali, dall’altro fenomeni come il cambiamento climatico, il water grabbing e la scarsa gestione idrica comportandosi come “moltiplicatori di minacce” interagiscono tra di loro rendendo le comunità vulnerabili più suscettibili, incidendo direttamente sulle economie locali e determinando quelle che gli accademici, da oltre dieci anni, definiscono come le Water Wars. Gli esempi nelle cronache del panorama internazionale non mancano: dalla siccità in Siria che ha contribuito a esacerbare uno dei peggiori conflitti degli ultimi 50 anni, alla tragedia del Sudan del Sud di inizio 2017, fino alle proteste in Bolivia e Cile a causa delle crescenti privatizzazioni. Appare evidente come il legame tra risorsa idrica, sicurezza e geopolitica sia andato rafforzandosi, ma cosa succederebbe se fossimo in grado di predire i futuri conflitti legati alla risorsa idrica? Nel tentativo di rispondere a tale quesito il programma Water, Peace and Security (WPS), sostenuto dal Ministero degli Esteri olandese e da sei organizzazioni internazionali, ha dato vita a uno strumento innovativo il Global Early Warning Tool. Lo strumento, analizzando con una combinazione inedita le variabili ambientali, come le forti piogge, i fallimenti delle colture, la siccità, con le variabili socioeconomiche, è in grado di predire le zone (hotspot) del mondo in cui si scateneranno i futuri conflitti legati alla scarsità o alla cattiva gestione della risorsa idrica in Africa, Medio Oriente, Sud e Sud-Est asiatico (e presto anche a livello globale). Le zone più a rischio sono: Iraq, Iran, Mali, India, Pakistan e Nigeria. Il direttore del Global and National Water Initiatives del WRI Charles Iceland sostiene che “L’obiettivo del WPS è quello di fornire conoscenze e strumenti validi agli attori locali e globali per prevenire, mitigare o adattarsi ai rischi per la sicurezza legati all’acqua e per aumentare la cooperazione e gli sforzi per la costruzione della pace”. Ad esempio, nell’area di Bassora in Iran il WPS prevede un conflitto emergente entro settembre 2020 a causa della forte crescita demografica e dei problemi relativi alle risorse idriche tra cui: l’acqua salina del mare del Golfo Persico che contamina le riserve di acqua dolce danneggiando i terreni agricoli e l’inquinamento del Tigri e dell’Eufrate che limita l’accesso all’acqua pulita, con più di 120 mila persone ricoverate dall’anno scorso. Tale contesto ha portato a violente proteste che potrebbero peggiorare se non si affrontano i problemi legati alla gestione idrica. “La buona notizia è che le soluzioni, sebbene non semplici da implementare, esistono e possono aiutare a mitigare i conflitti” Nel caso iracheno, il WPS ha sviluppato in collaborazione con l’OIM (International Organization for Migration) un modello di gestione delle risorse idriche e di qualità dell’acqua che se utilizzato dal Ministero delle risorse idriche “è in grado di mitigare ulteriori disordini sociali e garantire una risposta adeguata alle crescenti pressioni migratorie” conclude Iceland.

 

 

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