Il report pubblicato dalla Commissione Europea, il primo riguardo lo stato di diritto del 2020, non lascia spazio ad equivoci: alcuni paesi dell’Unione non rispettano i requisiti, ad esempio libertà di stampa, indipendenza del potere giudiziario, un sistema adeguato di check and balances.

Come è chiaro, i primi due Paesi cui la Commissione fa riferimento sono la Polonia e l’Ungheria, da tempo alle prese con procedimenti disciplinari a causa del non rispetto dei principi democratici, uno dei requisiti per poter far parte della stessa Unione Europea.

La Commissione analizza uno per uno gli Stati Membri e se, per quanto riguarda Polonia e Ungheria, le situazioni sono ben note, ci sono altri Paesi  che fanno altrettanta fatica a rispettare i requisiti minimi: si parla di corruzione, poco coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni politiche, poca protezione per chi denuncia illeciti, processi lunghissimi e riforme che minano l’indipendenza del potere giudiziario. Coinvolti in questa serie puntuale di esempi sono Malta, Repubblica Ceca, Romania, Bulgaria.

Il report mette in luce tutte le difficoltà dell’Unione Europea, dovute anche e soprattutto al meccanismo dell’unanimità, che non permette azioni importanti nei confronti di chi non rispetta gli standard democratici, anche una volta avviati i processi sanzionatori. Per questo motivo, il report in questione mira ad aiutare i Paesi più in difficoltà ad invertire la rotta sull’aspetto fondamentale che consente loro di esser parte dell’Unione. Un chiaro esempio di questo meccanismo è quanto avvenuto in seguito alla proposta di legare il rispetto degli obblighi sulla rule of law, sugli standard democratici minimi, all’erogazione di fondi da parte della Commissione agli Stati Membri, e cioè, non permettere a chi non rispetta determinati requisiti, di poter beneficiare dei fondi previsti. Come pienamente prevedibile, questa proposta ha incontrato la dura opposizione di Polonia – una dei beneficiari maggiori di questi fondi- e Ungheria, l’altra imputata dei procedimenti disciplinari della Commissione Europea.

Risulta chiaro quindi che, se da un lato ci troviamo davanti a paesi che non rispettano i principi democratici, ed in alcuni casi anche i diritti umani, dall’altro la Commissione, che tra le sue competenze ha anche il ruolo di “custode della rule of law” in Europa, non ha molti poteri per poter prevenire e intervenire su queste situazioni specifiche, fin quando l’impianto istituzionale europeo prevede la possibilità degli Stati Membri di opporsi grazie al meccanismo dell’unanimità.