Lo scorso 4 novembre ha marcato l’equal pay day, ossia il giorno in cui le donne europee hanno smesso di essere pagate e hanno iniziato a lavorare gratis fino al 31 dicembre. Ma cosa significa? Secondo i dati Eurostat, in Europa le donne guadagnano mediamente il 16% in meno degli uomini, che equivale a quasi due mesi di lavoro non pagato. Il 4 novembre è quindi una data simbolica e provocatoria, che fornisce una misura concreta della portata del divario retributivo di genere.In occasione di questa giornata, Frans Timmermans, primo Vicepresidente della Commissione Europea, Marianne Thyssen, Commissaria per l’Occupazione, gli affari sociali, le competenze e la mobilità dei lavoratori, e Vĕra Jourová, Commissaria per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere, hanno dichiarato:

“Sono trascorsi sessant’anni dal momento in cui il principio della parità retributiva è stato iscritto nei trattati europei, ma ancora oggi queste norme non corrispondono alla realtà quotidiana delle donne di tutta l’Europa. Le donne europee continuano a lavorare per due mesi gratuitamente rispetto ai loro colleghi uomini e i progressi sono troppo lenti.”

La disparità retributiva tra i sessi varia ampiamente in Europa, con i peggiori divari riscontrati in Estonia (25.6%), Repubblica Ceca (21.1%), Germania (21.0%) e Regno Unito (20.8), e i casi migliori registrati in Romania (3.5%), Italia (5.0%), Lussemburgo (5.0%) e Belgio (6.0%). Si tratta tuttavia di cifre da considerare con una certa cautela, non essendo indicative delle disparità lavorative complessive tra donne e uomini. Nei paesi in cui il tasso di occupazione femminile è basso, il divario retributivo tende ad essere inferiore alla media, ad indicare un possibile riflesso della porzione di donne poco o non qualificate nella forza lavoro; mentre un elevato divario retributivo è solitamente caratteristico di un mercato del lavoro in cui le donne sono più concentrate in un numero limitato di settori e professioni, o in cui una percentuale significativa di donne lavora part time. Ad ogni modo, il dato preoccupante è che negli ultimi cinque anni la media europea ha visto appena un sensibile miglioramento.

Le cause sono molteplici, alimentate da persistenti stereotipi, norme sociali e discriminazioni. Le donne continuano infatti ad occuparsi di importanti compiti non retribuiti su una scala molto più ampia rispetto agli uomini: i lavoratori spendono in media 9 ore settimanali per le attività domestiche e di cura, mentre le lavoratrici ne spendono 22, ovvero quasi 4 ore al giorno. Nel mercato del lavoro ciò si riflette nel fatto che più di 1 donna su 3 riduce le proprie ore retribuite a tempo parziale, mentre solo 1 uomo su 10 fa lo stesso. Non solo, in alcuni paesi le professioni svolte prevalentemente da donne offrono retribuzioni inferiori rispetto alle professioni prevalentemente svolte da uomini, anche quando è richiesto lo stesso livello di esperienza e istruzione. Inoltre, le posizioni dirigenziali sono ricoperte in modo schiacciante dagli uomini, che sono spesso promossi in misura maggiore e quindi meglio pagati: il dato lampante a riguardo è che solo il 6,9% dei CEO delle grandi aziende è rappresentato da donne.

A tal proposito Timmermans, Thyssen e Jourová hanno dichiarato:

“La trasparenza retributiva – che comprende misure come il diritto all’informazione, audit salariali, relazioni sulle retribuzioni per tipo di impiego e per genere, nonché l’inclusione delle questioni relative alla parità retributiva nella contrattazione collettiva –  insieme ad altre soluzioni quali una distribuzione equa delle responsabilità familiari tra uomini e donne – resa possibile dalla nuova direttiva dell’UE sul congedo parentale e sul congedo per i prestatori di assistenza – contribuirebbe ad affrontare le cause profonde del divario retributivo di genere.”

Maggiori informazioni relative al contesto europeo e nazionale, nonché alle azioni di contrasto intraprese dall’Unione Europea sono disponibili qui.